Indice

Prefazione

Introduzione

VIAGGI NELL'UNIVERSO DELL'ANIMA

Così lo studioso di cultura islamica Rudolf Gelpke titolò i racconti delle esperienze da lui vissute con 1'LsD e la psilocibina, pubblicati nel numero di gennaio 1962 della rivista Antaios. Lo stesso titolo può essere usato per le descrizioni degli esperimenti con LSD di cui si parla in questo capitolo. L'espressione è molto indovinata, perché la dimensione interiore dell'anima è altrettanto misteriosa e illimitata dello spazio esterno. I viaggi con 1'LsD e i voli spazíali condividono molti aspetti. Entrambi richiedono una preparazione attenta, sia nell'approntare le misure di sicurezza, sia nello stabilire gli obiettivi. In questo modo si riducono i danni e si ottengono risultati molto preziosi. Ma come gli astronauti non possono rimanere nello spazio, allo stesso modo i viaggiatori psichedelici debbono far ritorno sulla terra, alla realtà di tutti i giorni.
I racconti che seguono sono stati scelti per evidenziare il carattere eterogeneo dell'inebriamento psichedelico. Decisiva per la loro selezione è stata anche la natura della motivazione che ha sollecitato gli sperimentatori. Sono racconti di persone che hanno preso 1'LsD non tanto per curiosità o per provare una sofisticata droga voluttuosa, ma soprattutto per ricercare le possibilità di accesso alla più ampia dimensione interna ed esterna dell'esistenza. Persone che hanno tentato, con l'aiuto di questa chiave chimica, di aprire nuove «porte della percezione» (William Blake); oppure, rimanendo nell'espressione usata da Rudolf Gelpke, che hanno utilizzato 1'LsD per sopra-vanzare la forza di gravità dello spazio e del tempo e arrivare così alla visione e alla conoscenza dell'universo dell'anima.
I primi due racconti provengono dalla raccolta curata da Rudolf Gelpke su Antaios.
La danza delle anime nel vento
(0,075 mg di LSD, 23 giugno 1961, ore 13:00)
Dopo aver preso questa dose media, ebbi una conversazione molto vivace con un collega, che si prolungò fino alle 14:00. Poi uscii e camminai fino alla libreria Werthmúller (in Basilea); la droga cominciava ora a sortire il suo effetto inequivocabile, non mi potevo sbagliare. Mi accorsi subito quanto mi fossero indifferenti tutti quei libri tra cui passeggiavo indisturbato in un angolo del negozio; stranamente invece particolari casuali presenti in quello spazio si manifestavano in tutta la loro forza, come se fossero in un certo senso «indicativi»... Dopo circa dieci minuti mi ritrovai davanti una coppia di conoscenti. Non potevo sfuggire, altro non mi rimaneva che lasciarmi coinvolgere nella conversazione, che, debbo ammettere, non fu assolutamente piacevole, anche se non del tutto fastidiosa. Ascoltavo quelle parole (persino le mie) «come da distanza remota». Le cose di cui discutevamo (erano i racconti persiani che avevo tradotto) «partecipavano di un altro mondo»: un mondo su cui potevo ancora esprimermi - dopotutto ci avevo abitato fino ad allora, e mi ricordavo sempre le «regole del gioco»! - ma con cui non possedevo più alcun legame emotivo. Avevo perduto l'interesse nella realtà quotidiana - solamente non osavo portare di fronte a me stesso un tale pensiero.
Riuscii a congedarmi dalla coppia, e continuai a girellare per la città in direzione della piazza del mercato. Non avevo «visioni», la vista e i suoni delle cose erano gli stessi di sempre, eppure tutto appariva alterato in maniera ineffabile; «invisibili pareti di vetro» ovunque. A ogni passo sentivo di trasformarmi sempre più in un automa. Quello che mi colpiva particolarmente era la sensazione di perdere il controllo sulla muscolatura facciale - ero convinto che la mia faccia fosse diventata inespressiva, vuota, floscia, una maschera insomma. Questo automa poteva ancora camminare e fare dei movimenti perché ricordavo come mi spo- stavo e mi muovevo «prima». Ma più la memoria si allungava verso il passato, più divenivo insicuro. Vedevo le mie mani come un qualcosa che se ne stava lì: le infilai nelle tasche, le feci ciondolare, le intrecciai dietro la schiena... come oggetti pesanti che devono essere trascinati e non si sa bene dove e come metter via. La stessa reazione la ebbi anche con il resto del corpo. Non sapevo per quale ragione fosse lì, e da che parte avrei dovuto portarlo. Il senso di questo genere di decisione era andato perduto. Solo attraverso un richiamo laborioso di tutte le memorie del passato avrei potuto ricostruirlo. Un simile sforzo mi fu richiesto per coprire la breve distanza che separava la piazza del mercato dalla mia casa, che raggiunsi verso le 15:10.
Non avevo la benché minima sensazione di essere inebriato. Quella che stavo vivendo era piuttosto una graduale estinzione mentale. Non voglio dire che fosse spaventosa, ma posso immaginare che la medesima cosa accada durante la transizione verso certi disturbi psichici - naturalmente in un intervallo temporale più esteso. Fin quando il ricordo della trascorsa esistenza individuale nel mondo degli umani rimane ancora presente, l'individuo disconnesso è in grado (fino a un certo punto) di trovare la propria via nel mondo: quando però la memoria si offusca e poi alla fine muore, egli perde completamente questa capacità. Entrai nella mia stanza, di lì a poco il «torpore vitreo» scomparve. Mi sedetti con lo sguardo puntato verso la finestra; d'improvviso mi sentii portar via: i battenti della finestra erano spalancati, ma le tende di stoffa trasparente erano tuttora accostate; un venticello si dilettava a giocare con questi veli e con le sagome delle piante e dei viticci fogliosi appoggiati sul davanzale, ombre che la luce del sole proiettava sulle tende, il cui respiro veniva incessantemente sollecitato dalla brezza. Lo spettacolo mi rapì totalmente. «Sprofondai» in esso, vidi solamente questo leggero e ininterrotto fluttuare e oscillare della sagoma delle piante al sole e nel vento. Sapevo «cosa» era, ma volevo il nome, la formula, la «parola magica» che conoscevo - e la ebbi subito: LA DANZA DEI MORTI, LA DANZA DELLE ANIME... Era quello che il vento e la luce mi stavano mostrando sulla tela trasparente. Tutto questo era spaventoso? Avevo paura? Forse - all'inizio. Ma poi una grande serenità si introdusse in me, e udii la musica del silenzio, e anche la mia anima danzò con le ombre redente al sibilo del vento. Sì, capisco: questa è la

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tenda, e la tenda stessa È il segreto, «l'essenza» che essa nasconde. Perché, allora, lacerarla? Chi lo fa lacera solo se stesso. Perché «là dietro», dietro la tenda, non c'è «nulla»...
Una piovra dal profondo
(0,150 mg di LSD, 15 aprile 1961, ore 9:15)
Inizio degli effetti dopo circa 30 minuti, accompagnati da una forte agitazione interiore, tremito alle mani, brividi su tutta la pelle e un sapore metallico nel palato.
ore 10:00. La stanza si trasforma in onde fosforescenti che dai piedi , attraversano tutto il mio corpo. La pelle - e soprattutto le dita dei piedi - sembra caricata elettricamente; una costante e crescente eccitazione ostacola qualsiasi riflessione cristallina...
ore 10:20. Mi mancano le parole per descrivere la condizione che sto vivendo. È come se un «altro», un estraneo, prenda possesso di me pezzo per pezzo. Ho enormi difficoltà a scrivere («inibito» o «disinibito»? - Non lo so!).
Questo inquietante processo di estraniazione progressiva mi provocò un senso di impotenza; stavo consegnando me stesso ad altro. Verso le 10:30: a occhi chiusi su sfondo rosso vidi innumerevoli filamenti intrecciati. Un cielo plumbeo sembrava opprimere ogni cosa; percepivo il mio io schiacciato su se stesso, non ero altro che un nano avvizzito... Poco prima delle 13:00 abbandonai l'atmosfera sempre più opprimente della compagnia riunita nello studio; avevamo raggiunto un punto da cui non ci era più possibile proseguire e sviluppare quello stato di inebriamento. Mi misi a sedere sul pavimento di una stanzetta vuota, con la schiena appoggiata alla parete; da lì potevo scorgere, attraverso l'unica finestra sulla parete angusta che mi stava di fronte, uno squarcio di cielo grigio chiaro. Appariva di una normalità sconsolante, come tutto l'ambiente in generale. Ero abbattuto, mi sentivo talmente ripugnante e insopportabile che non osavo (e nel corso della giornata volli evitarlo a tutti i costi) stare di fronte a uno specchio o guardare il volto di un'altra persona. Desideravo molto che questo stato d'inebriamento terminasse, ma tuttora aveva un completo dominio sul mio corpo. Sprofondato dentro il suo tenace peso oppressivo, mi sembrava che tenesse avvinte le mie  membra come una piovra dai cento tentacoli - era questo in effetti ciò che stavo vivendo a un ritmo misterioso; contatti elettrici di un'entità minacciosa e onnipresente, reale ma impercettibile, che chiamai a voce alta e insultai sfidandola a uno scontro aperto. «È solo la proiezione del demone in te stesso», una voce mi rassicurò. «È la tua anima sospettosa!» Fu come un colpo di spada fulmineo. La sua lama redentrice mi attraversò interamente. I tentacoli della piovra si staccarono dalla presa, come se fossero stati recisi, e subito quel cielo cupo e opprimente oltre la finestra spalancata cominciò a scintillare come acqua colpita dal sole. Mentre lo stavo fissando in quello stato di incantamento, si trasformò (per me!) in vera acqua: una sorgente sotterranea scaturì d'improvviso al centro della visione, si precipitò gorgogliando verso di me, mi sommerse; ora una tempesta, poi un lago, infine un oceano con milioni e milioni di gocce - e su tutte le gocce, su ognuna di esse, danzava la luce... Quando la stanza, la finestra e il cielo furono di nuovo sotto il controllo della coscienza (erano le 13:25), non ero ancora uscito da questo stato di inebriamento - non del tutto - ma le sue retroguardie, che vidi sfilare nelle due ore successive, ricordavano molto l'arcobaleno che segue il temporale.
Le estraniazioni dal mondo circostante e dal corpo riferite in questi due esperimenti da Rudolf Gelpke, come anche la sensazione di venire posseduti da un'entità aliena, da un demone, sono carattaristiche dello stato di alterazione provocato dall'LsD, e, contrariamente alla natura variabile e multiforme dell'esperienza, si ritrovano in molti rapporti di ricerca. Avevo già descritto nel mio primo esperimento questo senso misterioso di possesso da parte del demone dell'LsD. In quell'occasione l'angoscia e il terrore mi assalirono in modo particolarmente intenso, poiché non sapevo che il demone avrebbe di nuovo liberato la sua vittima.
La danza degli aironi
Erwin Jaeckle riferì di un significativo autoesperimento con 1'LsD nella preziosa edizione ormai fuori commercio Schicksalsrune in Orakel, Traum und Trance («Il segno del destino nell'oracolo, nel sogno e nella trance») - Arben-Press Arbon 1969. L'esperimento ebbe luogo il 2 dicembre 1966, sotto lo sguardo attento di Rudolf Gelpke che provvide anche alla sua registrazione testuale; venne poi descritto e commentato dallo sperimentatore stesso.
Convinto di abitare entro il cerchio magico, iniziai l'esperimento con spregiudicata naturalezza. Non lo temevo. Diffidavo però di me stesso, conoscendo le mie imprevedibili uscite drammatiche, e soprattutto avevo paura dell'altro che avrei potuto incontrare dentro di me. Perciò consegnai le chiavi della macchina al mio mentore e decisi di chiudere nell'armadio le mie spade giapponesi.
Un'ora dopo l'esperimento, sentii aumentare la stanchezza, accompagnata da un crescente rilassamento. L'unico cambiamento avvenne nella voce. Mi sembrava rauca, senza risonanza, come le voci che si odono in un paesaggio innevato. Poi la cosa finì. Il polso era leggermente accelerato. Due ore dopo l'inizio dell'esperimento era sceso di nuovo a 64 battiti al minuto. Mi sentivo più leggero, quasi privo di peso; avrei potuto adesso arrampicarmi sul ripido pendio del castello che domina la città o magari attraversare le pareti. Le ombre negli angoli e sotto la lampada si colorarono di un grigio bluastro. Sentivo la carne librarsi nell'aria, priva di gravità; il corpo pieno di pori ovunque, non più un corpo, non era né qui né là. Il salone del signor Banner prese a respirare da tutte le parti. Le cose respiravano. Dovunque io posassi lo sguardo, fosse un oggetto familiare o insolito, o concentrassi la mia attenzione anche verso il margine del campo visivo, ebbene tutto respirava come trasportato da un'unica onda, un unico respiro che avvolgeva tutte le cose. Sbocciarono i colori, divennero più profondi, acquistarono spessore, il grande dipinto murale raffigurante l'Arca rimase sospeso nello spazio. Avrei potuto perdermici. Ma non ne avevo bisogno. Disteso supino, non vedevo alcun motivo per muovermi. Ogni timore venne smentito. Mi sentivo in armonia con me stesso, non volevo impormi alcuno scopo ma solamente esserci. Più aperti che mai, i miei sensi mi rivelavano come in ogni cosa fosse contenuta la lettera di un acrostico, e come fosse necessario trovarla ed erigere in molte, in tutte le cose, l'unità della poesia. universale. Questo io ho appreso, quale sentimento d'amore che tutto unisce. Non si trattava di una riflessione. Dello stesso tipo era probabilmente il senso di quel motto che avevo formulato in latino poco tempo fa, in seguito a un aforisma tedesco della «piccola scuola del parlare e del tacere»: AMARE... Amor Maximus Amor Rei Est. Richiamai l'attenzione della mia guida sulla cosa e gliela feci annotare, perché ce lo volevo includere. Anche lui faceva parte dell'acrostico universale. Cercai la sua lettera. Doveva ancora eseguirla. Questo esclude l'odio. L'odio pone delimitazioni. La mia esperienza era illimitata. Giunto a questo stadio dell'esperimento mi affannai a ricercare la parola giusta; la parola esatta non catturava, ma escludeva e l'impreciso diventava banale. Potevo dar forma a quelle esperienze solo in tedesco forbito . Impiegai quindi per tutto il tempo la lingua scritta. Giudicai le mie scoperte. Ero deluso se le definizioni non calzavano, riprovavo di nuovo, con più passione, ricominciando ogni volta da capo, girando in circolo, saltando le difficoltà come un furbacchione, e ridendo, perché lo sapevo ma non riuscivo a esprimerlo con parole. Il riso attestava l'intesa con la comprensione. Questa intesa era completamente priva di bisogni. Sapevo che non valeva la pena alzare la mano. A1 contrario: il non fare si avvicinava di più alla conoscenza, perché la volontà oscura la comprensione. Essa risplende al cospetto della non volontà. La mia passione per la parola sembrava contrastare la conoscenza immediata. Ma la parola cercata era altra cosa, essa era libera da ogni proposito. Doveva solo esserci, non agire. Non c'era ebbrezza, tutto era lucida autoattestazione di forze spirituali. Le forze spirituali giacevano nei pori, non nel cervello. Allora capii che l'acrostico universale si sarebbe composto solo in virtù di molte, di tutte le poesie. Mi promisi di proseguire anche in futuro l'infinita ricerca della parola. Si tratta dell'eros della connessione totale. Confidavo nelle mie forze per il futuro, avesse dovuto far male anche il plesso solare. Fece male. Non mi trovavo, non sentivo il giaciglio, mi accertai con le mani della presenza della grossa e spessa coperta, fui rallegrato dalla sua superficie, capivo la cosa attraverso le dita, la ricostruivo con i sensi acuiti.
Poi apparvero gli aironi sui lacunari del colore dorato del miele. Lievemente oscillando come fiori. Ce n'erano due. Uno guardava verso di me, mi osservava. Ricambiai lo sguardo, con attenzione. Vidi dei nodi nel legno. Ma lo sguardo rimase. Gli aironi eseguiro-no la loro danza parlante. Silenziosa. Li capivo. Tutto era armonia. Anche loro facevano parte del fluttuante ritmo universale, vi erano compresi. Sorrisi loro. Confermai al mio mentore che ero consapevole della natura-ombra di questi, ma volli dar loro un segno d'intesa. Nonostante tutto. Quali sono dunque le realtà? Non avendo bisogno di nulla, non cercai la risposta alla domanda. Bastava soltanto l'intesa. L'intesa con gli aironi, i cui becchi allungati si toccavano alle estremità, l'intesa con la tranquilla e partecipante voce della guida, dalla quale mi sentivo avvolto ogniqualvolta si avvicínava a me. Nella crescente intesa, la tonalità dorata del soffitto di legno risplendeva in tutta la sua profondità, in maniera meravigliosamente solare. Se la luce crollava, la stanza si riavvicinava, ostile, quasi, e fredda, ma io ero sempre pronto a librarmi di nuovo. Se il soffitto ricominciava a sbocciare, allora sapevo la parola che avevo cercato. Non la dicevo perché l'avevo mangiata. Era nel polso, nel respiro, nel respiro delle cose ai margini del campo visivo, essa stessa non era nient'altro che il grande ritmo. L'ho definita così, in contrasto con ogni verso. Dal grande dipinto dell'Arca, senza interruzione i colori entrarono luminosi nella stanza, poi si spensero e si fecero immagini. Costretti nella stanza, apparivano di un'altra realtà. I colori avevano dimensioni. I margini erano trasparenti. La discesa si fece infinitamente scialba; intercettata da brevi risalite, si inabissava cadendo. Salita e caduta erano reali, risplendenti e fioche. Il soffitto a cassettoni cominciò a incurvarsi. I campi erano ora delimitati da archi. Il mio peso era uguale al risucchio della luce. Ero dunque senza peso.
Se all'inizio dell'esperimento osservavo un foglio bianco, esso diventava del colore bluastro della foschia del mattino, successivamente rosso cielo. Infine e in modo predominante assumeva la tonalità del color malva. Ora però il mondo riluceva di uno splendore profondo, del colore dorato del miele. E questo era il soffitto. Però non era il soffitto. Tale brillantezza aveva un che di sovrannaturale, tuttavia era molto presente. Era là di fronte a me.
Così arrivai, senza scendere. Ancora a colazione, ancora a cena, quando andai in auto a Schaffhausen, quando ritornai a Stein sul Reno, non ero ancora sceso. Completamente arrivato.

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