Indice

Prefazione

Introduzione

Le esperienze dell'ascesa si ripetevano come in uno specchio durante la discesa, la leggerezza dell'andare, la libertà del respiro, la raucedine della voce. I sensi però erano disintossicati. La cosa rimase. Rimasta. Il mondo è diventato altro. Nell'intuizione del confuso e del multiforme. Esso ha una dimensione in più. La sua plasticità coinvolge le profondità.
Ero felice che non si fossero annunciate le figure dei miei temuti pericoli. Ero stato un buon compagno di me stesso. Rimarrò un buon compagno di me stesso. L'esperimento mi fa dono di un'alta autoattestazione. Mi ha offerto fiducia, libertà e disponibilità. Porto me stesso - cioè il meglio - durante la discesa, ho un'intesa perfetta con lui, gli sorrido, perché eravamo là tutti e due, perché siamo intrecciati nell'acrostico, lo condividiamo. Non si trattava del caos della coscienza, bensì della piena realizzazione della consapevolezza, della comunità universale, di quell'unico respiro, che noi avevamo udito. Perciò i rumori erano chiari e distinti. Essi annunciavano nel loro presente particolare la testimonianza dell'onnipresenza. Ciò lo facevano anche i colori. Essi risplendevano per significare la luce, che li riempiva - non il colore. Anche il colore. Entrambi erano uno. Conoscevo la precisa andatura del tempo, che continuamente si esauriva nella - senza tempo - infinità. Il tempo possedeva un passo estensivo e contemporaneamente un'infinità intensiva. Di lì saltano i pensieri, ora qui ora là. Qui e là vuol dire che essi si trovano nel mezzo. Questo è imperituro. Con gioia, mi parve che l'intera ricerca fosse stata sorretta dalla compiuta serenità. Talvolta ho riso così tanto e di cuore. Da allora ridevo sempre quando mi sentivo tutt'uno con le cose, quando mi sentivo muto di fronte all'essere. Ogni risata sorreggeva, in virtù della propria intuizione diretta, tutta la saggezza del mondo. Essa scrisse un verso sull'acrostico, diceva: risata divina.
La relazione sull'esperimento di Erwin Jaeckle ci mostra come uno scrittore e un poeta possa riuscire a catturare con le parole un'esperienza con 1'LsD, la quale, per la maggior parte dei viaggiatori psichedelici, sembra completamente «indicibile» e «indescrivibile». La sua personale filosofia entra nel quadro dell'intera esperienza, è evidente. Questa ricerca dimostra inoltre come la personalità dello sperimentatore influenzi questo tipo di inebriamento.
L'esperienza di un pittore con I'LsD
Le avventure di un pittore, narrate nel racconto che segue, appartengono a un tipo di esperienza con LSD completamente diverso. Questo artista mi venne a trovare per conoscere le mie opinioni su come un'esperienza del genere avrebbe dovuto essere interpretata e compresa. Egli temeva che la profonda trasformazione della sua vita, che da questa esperienza era conseguita, poggiasse su un fondamento fittizio. Gli spiegai che 1'LsD, in quanto agente biochimico, non aveva creato quelle visioni, ma solamente sollecitato il venirne alla presenza, e che il luogo della loro origine era la stessa sua anima. Queste mie parole lo rassicurarono dell'importanza di quella trasformazione.
[...] Perciò io ed Eva ci dirigemmo verso una solitaria vallata di montagna. Pensavo che lassù, in mezzo alla natura, sarebbe stato particolarmente bello in sua compagnia. Eva era giovane e attraente. Venti anni più grande di lei, avevo già raggiunto la mezza età. Nonostante le penose vicende vissute in precedenza, risultato di scappatelle erotiche, senza curarmi della sofferenza e la delusione inflitte a coloro che mi amavano e avevano creduto in me, mi sentivo di nuovo attratto con forza impetuosa verso questa avventura, verso Eva, verso la sua giovinezza. Ero sotto l'incantesimo di questa ragazza. La nostra relazione stava appena cominciando, ma già percepivo questo potere seducente con più vigore che mai. Sapevo che non avrei potuto resistere a lungo. Per la seconda volta nella mia vita ero di nuovo pronto a disertare la famiglia, ad abbandonare l'impiego, a rompere tutti i ponti. Volevo gettarmi senza inibizioni in questa bramosa voglia di Eva. Lei incarnava la vita, la gioventù. Urlava dentro di me, ripetutamente, mi imponeva di prosciugare il calice della cupidigia e dell'esistenza fino all'ultima goccia, fino alla morte e alla perdizione. Che il demonio mi afferrasse più tardi! Ormai da lungo tempo avevo soppresso Dio e Satana. Erano solo invenzioni umane, pensavo, utilizzate da una scettica minoranza senza scrupoli per opprimere e sfruttare

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  una maggioranza credulona e ingenua. Non volevo avere nulla a che fare con questa morale menzognera. Godere, volevo godere a tutti i costi - et aprés nous le déluge. «Che m'importa della moglie, che m'importa del figlio - vadano pure a mendicare, se sono affamati». Ecco un'altra menzogna sociale, l'istituzione del matrimonio. Bastava che osservassi, per averne sufficiente conferma, il matrimonio dei miei genitori e quello dei conoscenti. Una coppia rimaneva unita perché era più conveniente; una questione di abitudine, e «sì, ammettiamolo, se non fosse per i bambini...». Sotto il manto di un buon matrimonio, ognuno tormentava l'altro psicologicamente, fino a provocargli un'infiammazione cutanea o un'ulcera allo stomaco, oppure ciscuno se ne andava per la propria strada. Tutto me stesso si ribellava al pensiero di dover amare per una vita intera solo un'unica donna. Francamente consideravo questa idea ripugnante e innaturale. Era questo il mio stato d'animo quella straordinaria sera d'estate al laghetto di montagna.
Alle sette di sera prendemmo una dose moderatamente forte di LSD, circa 0,1 milligrammi. Ci mettemmo a girellare intorno al lago, poi ci sedemmo sulla riva. Da lì ci divertivamo a lanciare sassi nell'acqua e a osservare le onde che si propagavano in cerchi. Cominciò a farsi sentire una leggera irrequietezza interiore. Verso le otto entrammo nell'atrio dell'hotel e ordinammo del tè e dei tramezzini. C'erano alcuni clienti che si divertivano a raccontare barzellette scoppiando in fragorose risate. Ci guardavano e ammiccavano con occhi di una lucentezza insolita. Ci sentivamo strani e distanti e temevamo che avessero notato qualcosa in noi. Là fuori, nel frattempo, stava sopravanzando l'oscurità. Decidemmo a malincuore di ritirarci nella nostra stanza. Una strada non illuminata percorreva la lunga distanza che separava il lago oscuro dal rifugio di montagna. Quando accesi la luce, ogni singola rampa della scala di granito, che collegava la strada lungo la riva con la casa, sembrò prendere fuoco. D'un tratto Eva cominciò a tremare, terrorizzata. «Infernale» il pensiero che attraversò la mia testa, l'orrore repentino iniziò a farsi largo tra le mie membra, e sapevo: adesso si mette male. Dal villaggio lontano l'orologio battè le nove.
Entrammo nella stanza, Eva si gettò sul letto e cominciò a fissarmi con gli occhi spalancati. Non era affatto possibile pensare a una notte d'amore. Mi sedetti sul bordo del letto e le presi le mani. Poi arrivò il terrore. Ci sentimmo sprofondare nell'orrore più abissale e indescrivibile, e nessuno dei due era in grado di capire.
«Guardami negli occhi, guardami», la implorai, ma lei si ostinava a sfuggire il mio sguardo, poi urlò in preda al panico e cominciò a tremare dappertutto. Qualsiasi via di fuga era ostruita. Là fuori c'era solo una notte lugubre e un lago profondo, oscuro. Le luci dell'hotel erano spente; probabilmente tutti i clienti stavano dormendo. Cosa avrebbero detto se ci avessero visto in quello stato? Avrebbero forse chiamato la polizia e allora le cose sarebbero peggiorate. Uno scandalo di droga - pensieri intollerabili, agonizzanti.
Ormai eravamo bloccati. Rimanemmo seduti, accerchiati da quattro pareti di legno le cui assi di giuntura scintillavano in maniera infernale. Stava diventando sempre più intollerabile. D'improvviso la porta si aprì ed entrò «qualcosa di spaventoso». Eva urlò a perdifiato e si precipitò sotto le coperte. Di nuovo un urlo. Da sotto le coperte l'orrore era ancora più violento. «Guardami» le gridai, ma lei continuava a roteare gli occhi avanti e indietro come una pazza. Sta uscendo di senno, pensai. Disperato, l'afferrai per i capelli sì che non potesse più sfuggire al mio sguardo. Vidi nei suoi occhi una paura raccapricciante. Intorno a noi tutto si faceva ostile e minaccioso, come se qualcosa volesse attaccarci da un momento all'altro. Devi proteggerla dal pericolo, devi sostenerla fino alla completa scomparsa degli effetti, ricordai a me stesso. Poi nuovamente ricaddi nel terrore più indicibile. Il tempo e la ragione si erano inabissati; pareva che non finisse mai.
Gli oggetti nella stanza assumevano forme caricaturali; da ogni parte ghigni sprezzanti. Vidi le scarpe di Eva, a strisce gialle e nere, un tempo così graziose, trasformarsi in due gigantesche api demoniache che si trascinavano sul pavimento. I tubi dell'acqua sopra il lavabo diventarono la testa di un drago, i cui occhi, i due rubinetti, mi scrutavano in modo perverso. Mi ricordai del mio primo nome, Georg, e subito assunsi i panni del Cavaliere Georg, che deve lottare per liberare la sua fanciulla.
Il pianto di Eva mi allontanò da questi pensieri. Fradicia di sudore e tremante, mi avvinghiò a sé. «Ho sete», gemette. Con grande sforzo,senza abbandonare la sua mano, riuscii a prenderle un bicchiere d'acqua. Aveva un aspetto limaccioso e viscoso, era senza dubbio velenosa,
non potevamo dissetarci. Le due lampade sul comò ardevano di un'insolita lucentezza, di una luce infernale. L'orologio annunciò la mezzanotte. Questo è l'inferno, pensai. In realtà non esistono né i demoni, né Satana, nondimeno potevamo percepirli dentro di noi, riempivano la stanza e ci infliggevano una pena sconfinata. Immaginazione, oppure no? Allucinazioni, proiezioni? Domande insignificanti se messe a confronto con la realtà della paura che si era insediata nei nostri corpi e ci sconquassava: la paura soltanto, lei esisteva. Mi sovvennero alcuni passaggi dal libro di Huxley «Le porte della percezione» e per un po' ne trassi conforto. Osservai Eva, questo essere piagnucoloso e terrorizzato nella sua sofferenza e provai un grande rimorso e una grande pietà. Mi appariva estranea; a fatica potevo riconoscerla. Portava una graziosa catenina d'oro intorno al collo con 1'effige della Vergine Maria. Era un regalo del fratello più piccolo. Vidi d'improvviso una luminosità benevola e consolante, propria dell'amore incorrotto, emanare da quella collanina. Ma poi il terrore irruppe di nuovo, come se agognasse la nostra distruzione finale. Dovetti fare appello a tutte le mie forze per trattenere Eva. Udii il ticchettio assordante e misterioso del contatore dell'energia elettrica fuori della porta; pareva volesse preannunciarmi l'imminenza dell'evento decisivo, il più diabolico e devastante. Disprezzo, derisione e malvagità bisbigliarono nuovamente da tutti i recessi e le fessure. Proprio qui, nel mezzo di questa agonia, il tintinnio lontano delle campanelle delle mucche sortì l'effetto di una musica soave e promettente. Presto però tutto si fece silenzioso, e ancora una volta si insediarono la paura e il terrore. Come l'uomo che sta affogando riduce le sue speranze a una tavola di salvataggio, così desideravo che le mucche si avvicinassero nuovamente alla casa. Silenzio; solo il ticchettio e il ronzio minaccioso del contatore di corrente, simile a un insetto invisibile e malvagio. Finalmente apparve il mattino. Con grande sollievo vidi la luce filtrare attraverso le fessure delle persiane. Adesso potevo lasciare Eva a se stessa; si era calmata. Ormai esausta, aveva chiuso gli occhi e si era addormentata. Sconvolto e profondamente amareggiato, rimasi seduto sul bordo del letto. L'orgoglio e la sicurezza mi avevano abbandonato; tutto quello che rimaneva di me era solo un mucchietto di miseria. Mi avvicinai allo specchio e sobbalzai: ero invecchiato di dieci anni. Abbattuto, mi  misi  a fissare la luce della lampada sul comò con il suo insopportabile paralume fatto di cordicelle di plastica intrecciate. Improvvisamente la luce si fece più intensa e cominciò a scintillare sui filamenti; brillava come se colpisse diamanti e gemme di ogni colore. Venni travolto da una straripante sensazione di felicità. La lampada, la stanza e Eva scomparvero e mi ritrovai nel mezzo di un paesaggio incantevole e meraviglioso. Era simile alla navata centrale di un'immensa chiesa gotica, con infinite colonne e arcate che non erano costruite in pietra ma in cristallo. Come alberi in una foresta spaziosa, ero circondato da colonne di cristallo di ogni genere: blu, gialle, color del latte e trasparenti. Le loro sommità e le arcate si perdevano in altezze vertiginose. Di fronte al mio occhio interiore apparve una luce splendente, e da questa una voce dolce e incantevole mi parlò. Non la udivo con l'orecchio ma la percepivo, come tanti pensieri nitidi che si riunissero in uno.Mi resi conto che nell'orrore della notte precedente avevo vissuto la mia propria condizione: egoismo. L'egocentrismo mi teneva separato dall'umanità e mi aveva spinto verso l'isolamento interiore. Amavo solo me stesso, non chi mi era vicino; l'importanza degli altri si riduceva alla gratificazione che ne ricevevo. Il mondo esisteva unicamente per soddisfare la mia avidità. Ero diventato duro, freddo, cinico. L'inferno era questo: egocentrismo e incapacità di amare. Ecco il motivo per cui tutto era parso così strano e sconnesso, così sprezzante e minaccioso. Tra le lacrime che scorrevano, fui illuminato dalla consapevolezza che l'amore è resa del proprio ego, che non sono i desideri, bensì l'amore disinteressato a gettare un ponte tra i cuori di tutti gli esseri umani. Onde di felicità indicibile percorrevano l'intera estensione del mio corpo. Avevo appena conosciuto la grazia di Dio e mi chiedevo come fosse possibile che stesse irradiando verso di me, in special modo da quel paralume da due soldi. E la voce interiore rispose: Dio è in ogni cosa. L'esperienza vissuta al laghetto di montagna mi ha convinto dell'esistenza, al di là del mondo effimero e materiale della quotidianità, di una realtà adamantina e spirituale, che è la nostra vera dimora. Sto ora ritornando a casa.
Per Eva fu solo un brutto sogno. Ci separammo poco tempo dopo.
Il racconto successivo, scritto da un agente pubblicitario di 25 anni, è apparso nel libro The LSD story curato da John Cashman. È stato inseri- to in questa selezione di storie personali perché condivide con gli altri il caratteristico svolgimento - il passaggio dalle visioni terrificanti a uno stato di estrema beatitudine, una sorta di ciclica morte-rinascita - di molte esperienze con 1'LsD.
I canto esultante dell'essere
Feci la mia prima esperienza con 1'LsD a casa di un carissimo amico, che si era offerto come guida. L'ambiente era piacevolmente familiare e rilassante. Presi due fiale di LSD (200 microgrammi) diluite in mezzo bicchiere di acqua. L'esperimento durò quasi undici ore, dalle 8 di un sabato sera fino alle sette circa del mattino. Non ho alcun metro per fare raffronti, ma sono convinto che nessun santo abbia mai avuto visioni più gloriose e più sublimi o vissuto uno stato di trascendenza più beatifico di quelli che mi propongo di descrivere. La mia facoltà di comunicare i miracoli è infima e troppo inadeguata al compito che vorrebbe assolvere. Un abbozzo alquanto rozzo è ciò che posso offrire di un soggetto a cui solo la mano di un grande maestro, che attinga da una ricca tavolozza, potrebbe rendere giustizia. Debbo scusarmi dei miei propri limiti, di questo debole tentativo di comprimere in vacue parole l'esperienza più ragguardevole della mia vita. Il sorriso altezzoso di fronte agli annaspanti ed esitanti sforzi di coloro che cercavano di comunicarmi le beatifiche visioni si è trasformato in un sorriso di complicità - l'esperienza comune non necessita di parole.
Dopo aver bevuto la soluzione di LSD, pensavo che non stesse avendo alcun effetto. Mi era stato detto che trascorsi trenta minuti sarebbe comparso il primo sintomo, un formicolio alla pelle. Non sentivo nessun formicolio. Volli farlo presente, ma fui invitato a rilassarmi e ad aspettare. Non sapendo come passare il tempo, cominciai a fissare la luce del quadrante di una radio da tavolo, muovendo la testa al suono di un motivo jazz a me sconosciuto. Credo che fossero trascorsi diversi minuti, quando mi accorsi d'un tratto dei cambiamenti cromatici della luce in base ai vari toni musicali: rosso squillante e giallo nei registri alti, porpora scuro nei bassi. Risi. Non avevo idea quando fosse cominciato. Sapevo solo che era cominciato. Chiusi gli occhi, ma le note colorate erano sempre lì. Mi sentivo sopraffatto dalla brillantezza dei colori. Provai a parlare, a descrivere ciò che stavo vedendo, a tradurre in parole la luminosità e
la vibrazione di luci colori. Ma non era poi così importante. Continuai
a osservare e vidi la stanza completamente sommersa da colori raggianti che si avvolgevano e si intrcciavano uno sopra l'altro al ritmo della musica. All'improvviso mi accorsi che i colori erano la musica. Debbo dire che la scoperta non fu sorprendente; i valori, i concetti, così tanto venerati e custoditi, stavano diventando insignificanti. Volevo parlare
della musica colorata, ma niente da fare. Potevo soltanto esprimermi a monosillabi, laddove impressioni polisillabichc si stavano rovesciando nella mia testa alla velocità della luce.Le dimensioni della stanza subivano continue metamorfosi, ora spostandosi verso la forma fluttuante di una losanga, ora dilatandosi fino ad assumere una configurazione ovale, come se qualcuno vi stesse pompando tanta di quell'aria da far scoppiare quasi le pareti. Avevo difficoltà a focalizzare gli oggetti; si liquefacevano in masse confuse di nulla o si
libravano nello spazio, sollecitati da una forza interiore, con movimenti lenti che catturavano tutta la mia attenzione. Provai a controllare
l'ora sull'orologio ma non fui in grado di mettere a fuoco le mani. Pensai allora di chiederla, ma subito l'intenzione decadde. Ero troppo im-
pegnato a osservare le immagini straordinarie e ad ascoltare i suoni esilaranti e armoniosi.Ero così estasiato che non prestai alcuna attenzione al tempo. Adesso ho la certezza che l'uovo è venuto dopo.Esteso, pulsante, di un verde luminoso, l'uovo era già presente prima ancora che lo notassi. Sentivo che c'era. Se ne stava sospeso tra il punto in cui mi trovavo e la parete opposta. Ero incuriosito dalla sua bellezza e allo stesso tempo temevo che cadesse sul pavimento e si rompesse

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